Rispetto ai traumi in gravidanza (una caduta accidentale, un incidente automobilistico, etc.), seppur generalmente le donne in maternità sono abbastanza giovani e in buona salute, andrebbe anche sottolineato come, a causa di una maggiore vulnerabilità e sensibilità, siano più indifese e meno pronte di altre a proteggersi o a reagire.
Basta una semplice caduta in casa, un urto di lieve entità a provocare piccoli traumi. In questi casi, come ci si dovrebbe comportare? E se ne capitassero altri di traumi?
Prima di vedere i traumi in gravidanza, una classificazione di base
I traumi si dividono in:
- lesioni da corpi contendenti (dopo litigi animati);
- lesioni da arma bianca (coltello, pugnale etc);
- lesioni da arma da fuoco;
- lesioni da energia elettrica (folgorazioni, ustioni, colpi di calore);
- congelamento o assideramento.
Al di là di questa classificazione, possono essere menzionati casi di violenza sessuale (trauma anche psicologico oltre che fisico), incidenti stradali, infortuni sul lavoro, cadute e aggressioni (ad esempio: una rapina). Si calcola che circa il 5-10% delle gestanti potrebbe andare incontro a traumi di lieve, modesta o grave entità.
Quali possono essere gli effetti generali o locali dei traumi in gravidanza?
Ebbene, ciò dipende dal tipo di trauma ovviamente: procedendo dal caso più grave si potrebbe andare incontro ad un’importante emorragia sulla quale è opportuno intervenire tempestivamente per non fare correre a madre e bambino alcun rischio di mortalità; potrebbero formarsi emboli ed esserci la trombosi di alcuni vasi sanguigni o una commozione cerebrale. Si tratta talvolta di eventi che hanno una ripercussione sulla salute materna, altri, invece sui nascituri, altri ancora su entrambi. Le conseguenze di un qualsiasi trauma possono rivelarsi di lieve entità o di maggiore gravità, a seconda del periodo di gestazione in cui avvengono, poiché il decorso della gravidanza comporta una particolare crescita dell’utero e una mutazione della conformazione fisica, una maggiore o minore resistenza da parte dell’embrione/feto.
Cosa succede se si subiscono dei traumi in gravidanza (nei singoli trimestri)?
Nel primo trimestre: se si considerano i primi sette giorni, l’embrione non si è ancora allocato bene in utero e quindi l’utero riesce a reagire a difendersi dall’urto; più tardi, a partire dalla 2a settimana e fino alla fine del trimestre (12ma settimana), il colpo potrebbe influire e danneggiare i villi coriali. L’utero si trova ancora all’interno della pelvi e il feto riesce a proteggersi fin quando non viene colpito da una contusione a livello pelvico.
Nel secondo trimestre: il rapporto utero-placenta corre più rischi, in quanto è molto fragile. Dal 4° mese un caso di gestante traumatizzata porta a far valutare, in base al danno, il periodo in cui far avvenire il parto cesareo, anche se un feto ancora molto piccolo e che pesa 250gr non ha molte speranze di sopravvivere.
Nel terzo e ultimo trimestre: essendo l’utero piuttosto assottigliato ed entrando in contatto con la superficie dell’intestino tenue, il rischio di traumi addominali non può escludersi. Si potrebbero verificare distacco di placenta, rottura del sacco amniotico, e il parto pretermine.
Traumi in gravidanza sulla placenta e sul liquido amniotico
Va ricordato che la placenta è quell’organo che mette in comunicazione madre e feto attraverso scambi vascolari per la nutrizione e lo sviluppo del feto stesso, che avvengono tramite la vena che parte dall’ombelico fetale. È il caso forse di sottolineare che la vera attrice è la membrana placentare, la quale, se dovesse essere in qualche modo lesionata, ne potrebbero derivare, soprattutto sul feto, diverse complicanze: il sangue materno, entrando in contatto con quello fetale, potrebbe portare disturbi di immunizzazione o ad alcuni effetti collaterali dovuti a farmaci assunti dalla mamma.
Il liquido amniotico ha invece la funzione di difendere il feto da infezioni (la sua azione è battericida) e di proteggerlo da alcuni tipi di traumi. In caso di rottura del sacco, e conseguente dispersione del liquido, potrebbero accadere situazioni di oligoamnios; a sua volta questa situazione (mancanza di liquido sufficiente) potrebbe comportare parto pretermine, morte fetale, problemi respiratori o polmonari, malformazioni cardiache o ossee, incluse il piede torto e imperfezioni a livello dell’anca.
Quali altre circostanze o stati possono provocare traumi in gravidanza?
Il fisiologico aumento di peso potrebbe determinare una maggiore facilità di caduta e quindi andrebbe controllato con regolarità; se il peso è appropriato per il periodo di gestazione, si continua a mantenerlo; se, invece, si è in sovrappeso, è opportuno programmare eventualmente una dieta adeguata. In particolare dal 6°-7° mese, come dimostrato da alcuni test di stabilità, mantenersi in equilibrio potrebbe risultare non facile e quindi bisognerebbe fare più attenzione a come ci si muove.
Un altro problema può essere rappresentato dalla sedentarietà, che tende ad influire su un’elasticità muscolare già affaticata dal progesterone: caviglie e addome hanno le articolazioni più soggette facilmente a traumi, perché le devono sostenere un peso “doppio”, o per lo meno superiore a quello normale, e l’addome aumenta il suo volume e può incontrare ostacoli.
L’aumento della pressione arteriosa e la diminuzione dei globuli rossi sono altri fattori da controllare, soprattutto se aggravati da un trauma, per evitare conseguenze sul feto. Se si subisce un colpo, l’uso della radiografia ad uso diagnostico va limitato, così come la TAC, e andrebbe preferita la risonanza per evitare danni sul feto.
Un’ultima situazione che si potrebbe verificare è un’ustione. Le ustioni sono di 1°, 2° e 3°: se sono di primo grado, determinano un semplice arrossamento della zona colpita, senza conseguenze sulla gravidanza; in quelle di secondo grado, invece, la superficie interessata è pari a circa il 20-30% e spesso sono tali da creare shock. Bisogna valutare a che settimana di gestazione si trova la paziente, poiché dalla 27ma in poi sarebbe consigliabile procedere con il taglio cesareo. Infine, in caso ustioni di terzo grado, le più gravi, basta che sia un 10% dell’area addominale/pelvica ad essere coinvolto per far consigliare ai ginecologi il taglio cesareo.
Un caso similare alle ustioni sono le folgorazioni o le scosse, le cui conseguenze variano a seconda del voltaggio. Per esempio può accadere che un phon, o un altro piccolo elettrodomestico acceso, cada nella vasca: in questo caso, solitamente, il danno è contenuto. Discorso simile, ma al contrario, nel congelamento, che provoca un blocco della circolazione ed un aumento vertiginoso della pressione: è probabile capitino shock.
Traumi in gravidanza: cosa fare se colpisce interamente l’addome?
Si intende trauma addominale quando una lesione colpisce internamente l’addome. In questo caso è raccomandabile eseguire un’ecografia per valutare l’entità del danno: vanno analizzati sia lo stato di tutti gli organi dell’apparato genitale, sia l’aderenza placentare, e sia, infine, lo stato del feto. Si potrebbe poi completare con la cardiotocografia per analizzare se il tracciato è normale, perché si riuscirebbe così a tranquillizzare maggiormente la donna. Se c’è un po’ di incertezza, può essere consigliabile l’aiuto del chirurgo per effettuare un’indagine più precisa ed approfondita dei genitali interni, con il conseguente esame del Ph e della cristallizzazione (come si presenta il contenuto vaginale? A foglia di felce?); ciò permette di conoscere come risulta il sacco amniotico.
Conclusioni sui traumi in gravidanza
Un trauma in gravidanza può essere di lieve entità, e richiedere una semplice osservazione; se è maggiore la gravità, occorre la collaborazione di ginecologi, ostetrici, chirurghi e neonatologi. È importante considerare che la salute della madre è essenziale per mantenere vivo anche il figlio. Ne consegue che la prima preoccupazione dei sanitari deve essere quella di stabilizzare e migliorare la condizione della gestante traumatizzata.
L’intervento solitamente eseguito è il taglio cesareo, soprattutto se il trauma è avvenuto nella zona addominale: l’estrazione del feto potrebbe talvolta non essere sufficiente a salvarlo, ma in altre circostanze è l’unico intervento che può mettere in salvo madre e figlio.
Fonte: Medicina d’urgenza 2015