La retinite pigmentosa, una malattia su base ereditaria, è una delle prime cause di cecità in età giovanile, e il problema è che non esiste ancora una cura risolutiva. Tuttavia si stanno muovendo i primi passi verso un approccio risolutivo e un gruppo di ricercatori italiano ha prodotto uno studio i cui sviluppi sembrerebbero destinati, se non altro, a rallentare la progressione della malattia.
La retinite pigmentosa è una malattia genetica che colpisce i fotorecettori presenti nella retina. Danni a queste cellule portano inevitabilmente alla perdita della vista. La morte di tali strutture avviene per apoptosi, una sorta di suicidio cellulare. Da tempo si pensa che la ceramide, una molecola presente normalmente a livello cellulare la cui alterata produzione è correlata anche in malattie come Parkinson e Alzheimer, sia coinvolta nella morte dei fotorecettori. Farmaci che vadano a interferire con il processo di produzione di questa molecola rappresentano dunque delle possibili speranze nella lotta alla retinite pigmentosa. Nella ricerca appena pubblicata, il gruppo italiano è riuscito a fermare nei topi il processo di morte cellulare agendo proprio sulla produzione di ceramide, con una sostanza chiamata myriocin, che già in passato aveva dimostrato di avere questa proprietà.
Non solo, ma la molecola è stata in grado di aumentare anche il grado di sopravvivenza dei fotorecettori conservandone persino la normale struttura e funzione. Oltre all’eccellente risultato, lo studio è stato di notevole importanza perché la modalità di somministrazione del farmaco è stata differente rispetto alle classiche tecniche utilizzate sinora. Mentre a tutt’oggi si utilizzava un’iniezione intraoculare, in questo caso si è agito con un semplice collirio contenente nanoparticelle a base di myriocin. Una tecnica decisamente meno invasiva, che renderebbe il trattamento molto più fattibile e ben accettato qualora si rivelasse efficace e sicuro anche nell’uomo.
Il fatto poi che anche negli Stati Uniti un altro gruppo di ricerca abbia ottenuto risultati simili, anche se con farmaci diversi, fa ben sperare per il futuro trattamento di una malattia a tutt’oggi incurabile.
Articolo di redazione
Fonte: Corriere della sera, 21/12/2010