La pressione è inequivocabilmente alta se la massima supera i 140 millimetri di mercurio, va bene se non oltrepassa i 120. Fino a oggi c’erano pochi dubbi su questo, ma alcuni studiosi americani si sono chiesti invece se non sia il caso di definire nuovi limiti di “normalità” per la pressione arteriosa.
Brent Taylor, ricercatore dell’Università del Minnesota, in uno studio pubblicato sul Journal of General Internal Medicine, ha studiato i valori di pressione di 14 mila persone che, fra il 1971 e il 1976, erano entrate nel National Health and Nutrition Examination Survey. Si tratta di un’indagine che ha scandagliato salute, abitudini e stile di vita di decine di migliaia di americani negli ultimi 30 anni.
Il ricercatore si è focalizzato su pressione minima, massima e sopravvivenza nell’arco di 20 anni di ciascun partecipante, per capire quanto i valori registrati fossero correlati alla mortalità. In effetti lo sono, ma in modo differente dal previsto. In chi ha più di 50 anni una pressione massima superiore a 140 è effettivamente correlata a una maggior mortalità; in chi ha meno di 50 anni invece conta di più la minima e se i valori superano i 100, la probabilità di morte prematura si alza.
Pasquale Strazzullo, direttore dell’Unità di Medicina Interna, Ipertensione e Prevenzione Cardiovascolare dell’Università Federico II di Napoli, conferma che con l’andare degli anni le cose effettivamente cambiano: «Nei giovani adulti è più frequente e di maggior significato l’ipertensione diastolica (minima alta), che in genere però risponde meglio alle terapie; all’aumentare dell’età diventa più importante l’ipertensione sistolica (massima alta), che è più difficile da gestire con i farmaci.
Detto questo, negli ultimi tempi si è capito che dopo i 50 anni conta moltissimo anche la differenza fra massima e minima: più è elevata, maggiore è il rischio cardiovascolare. Se, per esempio, a 60 anni la massima è 160, è paradossalmente meglio avere una minima a 90 che non a 80. Una grossa differenza fra i due valori, infatti, suggerisce alterazioni funzionali e anatomiche consistenti: significa che soprattutto le grosse arterie sono molto rigide e hanno perso l’elasticità, un fattore negativo che comporta la salita della pressione massima e il calo della minima».
C’è anche un’altra questione da affrontare. Negli ultimi anni pare cresciuta la voglia di ritoccare i limiti di normalità al ribasso e c’è chi per valori di massima fra 120 e 130 parla già di pre-ipertensione. È un modo per farci diventare tutti ipertesi o c’è un reale motivo per questa “corsa al minimo”? In effetti non sembra esserci limite al minimo: chi ha la pressione a 110 ha effettivamente un rischio cardiovascolare minore rispetto a chi ce l’ha a 120. Ma ovviamente se la pressione è attorno ai 120, è meglio non abbassarla ulteriormente con i farmaci; quanto piuttosto cambiando alimentazione o con una maggiore attività fisica. In conclusione, la vera ‘zona d’ombra’ della pressione è fra 130 e 140: questi sono i veri pre-ipertesi, che molto probabilmente svilupperanno una reale ipertensione.
Articolo di Redazione
Fonte: il Corriere.it/salute 18 maggio 2011