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Nefrologia

I reni lavorano e soffrono in silenzio

Quando i reni soffrono, generalmente, non si avvertono dolori di alcun genere. Questi fedeli servitori del corpo umano continuano a lavorare silenziosamente fino al momento in cui non ce la fanno proprio più. Forse anche per questo le loro funzioni e le loro malattie sono meno note rispetto a quelle di altri organi, nonostante che il 10-15% degli italiani accusi danni renali.
Lo riporta il Corriere della Sera in un’intervista a Piergiorgio Messa, primario di nefrologia e dialisi al Policlinico di Milano, a Carmine Zoccali, direttore dell’Unità di nefrologia, dell’Ospedale di Reggio Calabria e a Piero Ruggenenti, nefrologo agli Ospedali Riuniti di Bergamo.
Un fenomeno favorito dalle stesse condizioni che alimentano il rischio cardiovascolare: fumo, obesità, pressione alta, eccesso di colesterolo e, soprattutto, diabete. D’altra parte il rene è l’organo più vascolarizzato dell’organismo  e per questo risente di qualunque fattore che danneggi i vasi sanguigni. Quello che pochi sanno è che questo innesca un circolo vizioso per cui, più il rene soffre, più aumenta il rischio per cuore e vasi e dunque avere reni in cattivo stato può aumentare il rischio di infarto o di ictus più dell’ostruzione delle coronarie.
Per evitare di arrivare a questo punto il primo passo necessario è individuare il danno renale quando è ancora limitato. Per questo basta un esame del sangue e delle urine, tenendo conto che anche quando il valore della creatinina nel sangue (l’indicatore principale della salute del rene) è nella norma, applicando apposite formule che tengono conto di sesso, età e peso, si può scoprire se il rene sta già perdendo colpi. Poi, con la raccolta delle urine delle 24 ore, per calcolare quante proteine sono perse ogni giorno (microalbuminuria), si può capire ancora meglio quanto il filtro stia ancora funzionando.
Anche nel caso che la malattia renale sia nella fase iniziale il cuore è già a rischio. Se, per esempio, la capacità di filtrazione è ridotta al 45%, il rischio di incappare in un infarto o in un ictus nei 10 anni successivi raddoppia. Sapendolo, ci si può impegnare ancora di più sui fattori di rischio che si possono modificare: fumo, peso, ipertensione, colesterolo, controllo del diabete.
Inoltre, esistono oggi strumenti per fermare talvolta, o almeno frenare, la progressione della malattia. In alcuni casi, se si arriva in tempo, è possibile ottenere una completa guarigione, identificando ed eliminando la causa della sofferenza renale: per esempio, quando a provocarla sono infezioni delle vie urinarie o medicinali. Nella maggior parte dei malati purtroppo non è così e, qualunque sia la causa del danno iniziale al tessuto – una patologia congenita, l’arteriosclerosi, un’infezione, una malattia immunitaria o il diabete – se le proteine cominciano a sfuggire al filtro renale, è il loro stesso passaggio ad alimentare e peggiorare la situazione. Le pillole però da sole non bastano a rimettere in sesto la situazione. Senza intervenire sugli stili di vita e, soprattutto, senza ridurre il sale nell’alimentazione, le altre cure non servono a nulla.
Una volta il nefrologo era il medico della dialisi oggi è quello che cerca di ritardare o evitare il ricorso a questo trattamento o al trapianto. Con una diagnosi precoce e le cure oggi a disposizione, si può spostare sempre più avanti il momento in cui uno di questi due interventi diventa indispensabile. Ma il nefrologo deve avere come principale alleato il paziente.

Articolo di Redazione
Fonte: Corriere della Sera, 28 febbraio 2011