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Dietologia e Scienza dell'Alimentazione

Tutti a tavola! (…che c’è la bufala)

Alzi la mano chi non si è mai imbattuto, nei discorsi tra amici o in qualche articolo di giornale, su uno dei seguenti luoghi comuni riguardanti i cibi e i loro effetti:   “mai la frutta a fine pasto”, “la carne rossa è troppo grassa”, “la birra favorisce il latte delle neo mamme”, “i prodotti light fanno dimagrire”, “le uniche diete efficaci sono le monodiete”, “la cioccolata fa male” e via elencando in un crescendo di bestialità medico-scientifiche, frutto solo delle suggestioni pubblicitarie e delle leggende metropolitane.
Un esempio? Proprio a proposito della cioccolata, afferma Giovambattista Desideri, direttore della divisione di Geriatria dell’Università dell’Aquila, che gli ipertesi hanno una buona scusa per consumare una piccola quantità di cioccolato fondente – con un contenuto minimo di cacao del 75 per cento- perché i flavonoidi del cacao sono in grado di ridurre di qualche millimetro di mercurio la pressione arteriosa. Ecco, comunque, un elenco di controindicazioni ai luoghi comuni imperanti.
Eliminare i grassi: Grosso sbaglio, perché, senza grassi non si riescono poi ad assorbire le proteine. Addirittura, ci sono i grassi buoni, quelli monoinsaturi come l’olio di oliva che aiutano a ridurre il colesterolo.
Mai la frutta a fine pasto: la leggenda racconta che, consumata a fine pasto, la frutta farebbe gonfiare, o che fermenterebbe nello stomaco. Stupidaggini, spiega Andrea Ghiselli, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Ricerca sull’Alimentazione e la Nutrizione (Inran): la frutta, in realtà, accompagna il cibo nella digestione proteggendolo dai danni ossidativi, è ricca di fibra e acqua e quindi facilita il transito intestinale, e, se si chiude un pasto abbondante con una mela o una pera avvertendo subito dopo una sensazione di pesantezza, la colpa è di quello che si mangiato prima, non della frutta innocente.
I cibi light aiutano a dimagrire: nella pratica è più facile che avvenga il contrario perché per confezionare cibi light che siano appetibili, le aziende se tolgono da una parte, devono aggiungere dall’altra, spiega ancora Ghiselli: così, ad esempio, nel caso degli yogurt a basso contenuto di grassi, dove, per mantenere il sapore accettabile bisogna riempirli di zuccheri. Ora, è vero che l’etichetta denuncia i componenti del prodotto, ma quanti consumatori la leggono (complici anche i caratteri minuscoli con cui, il più delle volte, vengono scritte)?
Monodiete: Ciclicamente entrano in circolo le monodiete. Una volta è la dieta dell’uva, poi quella del cavolo, un’altra ancora quella del minestrone e via elencando in un profluvio di miracoli promessi e testimonianze “veritiere” raccolte da complici giornali più o meno specializzati. La realtà è che le monodiete, restringendo l’assortimento dei nutrienti in maniera draconiana, inducono  carenze alimentari rischiose e inutili. Certo, l’effetto, talvolta, è strabiliante: mangiare un solo tipo di alimento per una settimana porta facilmente a perdere 4-5 chili, salvo poi riprenderli con gli interessi una volta che si torna a mangiare normalmente. Quelli che si perdono, infatti, sono i liquidi e  non la massa adiposa.
Morale? Una alimentazione sana e giudiziosa dovrebbe basarsi non sui fondamentalismi isterici e modaioli ma su una oculata distribuzione nel corso della giornata e, perché no, della nostra esistenza, della più ampia varietà possibile degli alimenti che la natura ha messo, non a caso, a nostra disposizione.

Articolo di Redazione:
Fonte: L’Espresso, 25/10/2011