Dopo l’insorgere di un tumore, una donna può rimanere incinta e portare avanti una gravidanza? La risposta potrebbe essere sì, dipende da diversi fattori. In caso contrario, ci sono alcune possibili alternative per diventare “madri”.
Attualmente il numero di uomini e di donne che si ammalano di cancro sono in aumento; dal momento che le diagnosi e le terapie per i vari tipi di tumore hanno determinato una sopravvivenza molto più elevata, l’importante è accorgersi in tempo del proprio stato di salute per affrontare anche le problematiche legate alla procreazione e alla fertilità dopo un tumore.
In Italia si calcola che il tumore viene diagnosticato in tempo nel 9% delle donne con meno di 40 anni e nell’1% nell’uomo. L’età media in cui solitamente le donne affrontano la gravidanza è tra i 30 e i 40 anni; qualora la neoplasia comparisse in questa fascia di età, il trattamento oncologico dovrebbe contemplare una terapia vincente sul tumore e, nello stesso tempo, preservante la fertilità della donna.
Per tali ragioni è bene che all’inizio del trattamento, le donne vengano informate degli effetti collaterali delle cure necessarie che potrebbero, tuttavia, avere ripercussioni sul loro sistema riproduttivo.
Quali sono questi effetti?
La terapia anti-tumorale si basa su tre pilastri:
- la chirurgia
- la radioterapia
- la chemioterapia o, per alcuni tipi di tumore, l’ormonoterapia.
Vediamo in dettaglio gli effetti della chirurgia:
Il carcinoma del collo dell’utero dà la possibilità di conservare l’utero per una futura gravidanza dopo il tumore, solo se preso nello stadio iniziale; se gli stadi della patologia sono più avanzati, l’utero viene asportato nella sua totalità con conseguente impossibilità di gravidanze.
Questo non significa che non si possano comunque avere bambini; infatti si possono conservare gli ovociti, che fecondati, quando si presentasse la necessità, potrebbero essere trasferiti in altre madri “surrogate” ovvero nell’utero di altre donne.
Per quanto riguarda i tumori dell’ovaio, l’importante è che la neoplasia si presenti in una sola delle due ovaie, e che l’esplorazione intraoperatoria (biopsia) confermi la localizzazione esclusivamente nell’ovaio colpito.
Infatti le neoplasie in altri organi ed apparati dell’addome la chirurgia non provocano un danno diretto sugli organi riproduttivi, ma solo eventualmente alterazioni anatomiche, come aderenze che potrebbero dislocare le tube.
Riguardo i tumori che potrebbero colpire l’uomo, in età giovanile il tumore più frequente è il carcinoma testicolare. In tal caso la rimozione del testicolo o in particolare dei linfonodi, può causare una lesione al sistema nervoso autonomo simpatico con conseguente problema di eiaculazione; in età più avanzata il tumore potrebbe presentarsi alla prostata e la chirurgia può causare disfunzione erettile post-operatoria.
La radioterapia
In caso di tumori cerebrali, l’irradiazione del cranio può causare anomalie funzionali a livello dell’ipotalamo e dell’ipofisi, che sovraintendono con i loro ormoni stimolanti alla maturazione degli ovuli o degli spermatozoi.
L’irradiazione addomino-pelvica, invece, potrebbe danneggiare le ovaie o l’utero.
Nei tumori dei bambini, data la quiescenza (lo stadio appena iniziale) delle ovaie o dei testicoli, il patrimonio follicolare o spermatico può essere più raramente distrutto dalla medesima irradiazione.
Quali sono le conseguenze della chemioterapia?
Esiste una correlazione tra l’età della donna ed il rischio di danno ovarico; anche il regime terapeutico adottato (tipo e dose del farmaco) ha uno specifico effetto sulla fertilità femminile. In uno studio condotto su oltre 2500 donne sottoposte a cicli multipli di chemioterapia con più farmaci, il rischio di induzione alla menopausa in modo definitivo è risultato essere pari al 40% in donne fino a 40 anni e pari al 70% oltre i 40 anni.
Anche negli uomini la chemioterapia potrebbe influire negativamente sulla produzione degli spermatozoi, provocando una grave diminuzione o addirittura un’assenza completa degli stessi.
L’ormono-terapia
Sembra che la terapia finalizzata al blocco della produzione di estrogeni da parte dell’ovaio, possa causare una menopausa temporanea e dunque l’asse ipotalamo-ipofisi ovaio riprenderà a funzionare una volta che la si sospende; anche l’uomo ne risente in quanto la terapia anti-androgena blocca la produzione di testosterone da parte dei testicoli; nei casi di cancro prostatico, ciò provoca la disfunzione erettile con la scomparsa degli spermatozoi nell’eiaculato.
Come si può preservare la fertilità nei pazienti oncologici
È possibile preservarla ma sono alcune raccomandazioni da fare. Per quanto riguarda la donna, innanzitutto sarebbe necessario preservare il patrimonio ovocitario, impedendo la funzionalità ovarica con farmaci inibitori; questa soluzione non è detto possa avere risultati positivi.
Un’altra possibile tecnica attuabile è la crioconservazione degli ovociti (con il ghiaccio), dei frammenti del tessuto ovarico o dell’intero ovaio o, infine, degli embrioni prima di iniziare la chemioterapia.
Attraverso una stimolazione ovarica si possono recuperare un numero maggiore di ovociti da prelevare; nelle donne con un tumore alla mammella, ad esempio, all’induzione della stimolazione si può associare un farmaco per ridurre la produzione di estrogeni, senza interferire con la maturazione ovarica.
Una terza alternativa è un prelievo di una striscia di ovaio o dell’ovaio per via laparoscopica. Il tessuto viene poi crioconservato e al momento richiesto riposizionato laddove era stato prelevato o trapiantato in altra sede. Nell’80% dei casi c’è una ripresa della funzionalità ovarica.
Infine non si esclude la fecondazione in vitro degli ovociti o la conservazione degli embrioni, possibile in Italia per coppie che hanno contratto il matrimonio e desiderano una gravidanza dopo il tumore di uno dei due coniugi.
Nell’uomo le terapie quali la chemioterapia o la radioterapia interferiscono pesantemente sulla fertilità e se, dopo un anno di sospensione della cura, persistono problemi di fertilità bisogna considerare che il danno è permanente. Anche nell’uomo si può intervenire prima di iniziare la chemio o la radio terapia prelevando gli spermatozoi e conservandoli, seguendo il procedimento di crioterapia. Non è richiesto lo stimolo, servono semplicemente eiaculazioni a distanza di 3 / 5 giorni per ottenere una quantità di “pallettes” da conservare.
I feti nati da un pregresso tumore materno cosa rischiano?
Risulta essenziale stabilire se i tumori sono di natura genetica ovvero se ricorrono in età giovanile all’interno della famiglia; in questo caso il rischio per un neonato di essere affetto in età adulta da tumore è pari al 5%.
Per quanto riguarda la gravidanza ottenuta con fecondazione assistita, sembra non incidere sulla probabilità che i feti possano nascere malformati ma senza insorgenza di tumore in età puberale. L’insorgenza del tumore in età pre-puberale è un problema delicato da affrontare: si possono adottare le suddette tre strategie utilizzate per il tumore.
In realtà quale sia la tecnica migliore e più efficace in assoluto non è ancora chiaro, ma va valutato al momento in cui dovesse manifestarsi il problema.
Quanto tempo sarebbe meglio aspettare prima di una gravidanza?
Per le donne guarite dopo tumore pregresso, l’eventuale ricomparsa della malattia è legata allo stadio in cui è stata diagnosticata e al tipo di aggressività. Di solito più del 70% dei casi il cancro è inoffensivo dopo 3 anni. È ragionevole quindi pensare di attendere, se l’età lo permette, almeno 3 anni.
Che fare nel caso in cui nel paziente oncologico le terapie sono parzialmente efficaci, e la donna desidera una gravidanza dopo il tumore?
Secondo il Comitato Nazionale per la Bioetica questo argomento non dovrebbe essere usato come dissuasivo, ma non è facile decidere il da farsi, soprattutto per richiedere l’intervento di tecniche di fecondazione artificiale.
Il comitato etico può stabilire che un bambino possa essere cresciuto da un solo genitore, ma è comunque un problema delicato da affrontare. L’accesso ad eventuali tecniche di fecondazione è ammesso, ma è consigliato il consulto con uno specialista ginecologo o endocrinologo per valutare insieme il da farsi.
Fonte
Preservazione della fertilità in donne affette da carcinoma della mammella a cura di Mano, Peccatori, Amunni ed altri, in “Attualità in senologia”.