La sindrome del colon irritabile è una condizione cronica, le cui precise cause sono di origine ancora sconosciuta nonostante i numerosi studi in merito.
In Italia, il 7% della popolazione soffre di questa sindrome, che sembra peraltro riguardare maggiormente le donne. Occorrono 10 anni in media prima che una persona con la sindrome dell’intestino irritabile approdi a una diagnosi e alle cure di un gastroenterologo.

Anni di dubbi, visite ed esami inutili, ore di lavoro perse in compagnia di dolori e disturbi intestinali che non accennano a sparire, e che nel 20% dei casi si rivelano estremamente gravi, portando a chiudersi in sé stessi, fino a quando la vita ruota completamente intorno alla malattia. È anche per questo che i costi diretti e indiretti della malattia sono così alti: negli Stati Uniti raggiungerebbero i 20 miliardi l’anno, e nel nostro paese sono sovrapponibili a quelli di diabete e ipertensione.
In Europa circa il 12% della popolazione, soffre di sindrome da colon irritabile; in Italia, le stime più affidabili si fermano al 7%, con un’incidenza tre volte superiore tra le donne. Secondo il Censis, trascorrono almeno due anni tra l’insorgere dei sintomi e i primi accertamenti.
Anche dopo aver effettuato numerosi accertamenti non è detto che si riesca ad arrivare rapidamente ad una terapia; spesso ecografie e colonscopie danno risultati negativi ed inizia un pellegrinaggio che può durare anni prima di incontrare chi effettui la diagnosi giusta. “Serve esperienza, ci si deve basare su criteri clinici e semplici esami che permettano di escludere altre patologie perché – spiega Enrico Stefano Corazziari, professore di Gastroenterologia alla Sapienza – non esiste un test di laboratorio che offra una risposta definitiva”. In futuro si potrebbe anche scoprire che, quelle che oggi raggruppiamo sotto la definizione di Ibs – Irritable Bowel Syndrome – sono patologie con differenti cause fisiopatologiche. Quel che è certo è che si tratta di patologie reali e non, come si è pensato per anni, di disturbi legati allo stato psicologico.
Sintomi
I più comuni sintomi della sindrome del colon irritabile sono:
- Dolori e crampi addominali, che hanno la tendenza ad attenuarsi con la defecazione.
- Sensazione di gonfiore allo stomaco (distensione addominale).
- Meteorismo.
- Diarrea e/o stitichezza (o stipsi). È molto frequente che il paziente alterni giorni di diarrea a giorni di stipsi.
- Presenza di muco nelle feci.
- Sensazione di incompleto svuotamento intestinale, dopo la defecazione.
- Urgenza all’evacuazione dopo i pasti.
I sintomi sopra descritti descrivono il quadro di una malattia fortemente invalidante. Per convivere con la malattia ci si adatta: si digiuna tutto il giorno in attesa di tornare a casa, si limitano le uscite e le occasioni sociali. In moltissimi casi, i sintomi e le precauzioni che si rendono necessarie ad attenuarli, vanno ad incidere anche sulla sfera sessuale e relazionale. Non a caso, circa un paziente su tre, afferma di avere problemi nella propria vita di coppia a causa della malattia.
Colpa della dieta?
Guardando alle cause, gli esperti ammettono che le certezze sono ancora poche ed è per questo che le terapie si concentrano sui sintomi e sull’attenuazione degli stessi partendo sempre dall’utilizzo di probiotici e dall’adozione di una dieta Fodmap ovvero una dieta che limiti l’assunzione di zuccheri dall’alto potere fermentativo limitando quindi frutta quale anguria, pesche mele e pere o verdura come asparagi, cipolla, aglio, cavolo e verza e preferendo pesce ed alimenti come riso, quinoa ed avena.
Nuovi farmaci
In passato il medico era costretto a scegliere il male minore: gli antispastici, ad esempio, aiutano ad alleviare il dolore, ma possono dare stipsi; viceversa, i farmaci che migliorano la motilità intestinale possono peggiorare i crampi.
Due nuovissime molecole – una appena arrivata in commercio e l’altra in fase di approvazione – agiscono, invece, su entrambi i sintomi bloccando, almeno in alcuni pazienti, sia il dolore che i disturbi intestinali. Un’arma in più, che, però si paga profumatamente: il prezzo infatti si aggira intorno ai 90-100 euro al mese, ed è completamente a carico dei pazienti.
Conclusioni
È necessario quindi il riconoscimento sociale della malattia così da rendere più agevole l’accesso ai percorsi diagnostico-terapeutici anche perché spesso questa patologia è sottovalutata dagli stessi pazienti i quali ricorrono spesso al “fai da te”.
A tal proposito è stato costituito l’IBISCOM ovvero il comitato per la sindrome dell’intestino irritabile al fine di favorire la conoscenza e la consapevolezza della malattia e della sua rilevanza sociale soprattutto ai fini della rimborsabilità dei farmaci, almeno per le forme più severe.
Fonte: IBISCOM