La libertà sessuale è uguale alla libertà di pensiero?
Per capire meglio quest’uguaglianza proviamo a partire da Sigmund Freud, usiamo le sua stesse parole tradotte in italiano, scritte nel suo Compendio della psicanalisi:
Il modello di vita civile che esige da tutti, indistintamente, un’identica condotta sessuale, è, senza alcun dubbio, una delle più evidenti ingiustizie sociali: per alcuni, favoriti dalla loro costituzione naturale, può riuscire facile, ma ad altri impone i più gravi sacrifici psichici, benché, a dire il vero, questa ingiustizia venga solitamente annullata dall’inosservanza dei precetti morali.
Di cosa era convinto Freud? Egli voleva ribellarsi contro un certo tipo di atteggiamento di fronte al sesso, poiché, secondo il neurologo austriaco – fondatore della psicoanalisi – la libido guidava ogni comportamento dell’uomo. Era necessario vincere sul complesso edipico da parte dell’uomo e dall’invidia del pene da parte delle donne.
La considerazione freudiana parte dal fatto che ognuno di noi dovrebbe essere libero di fare sesso come e quanto vuole, cambiando più partner nel caso in cui quello con il quale sta avendo una relazione non abbia la stessa opinione riguardo il sesso. Del resto, ad alcuni piace condividere il piacere sempre con la stessa donna o con lo stesso uomo, mentre vi sono altri che preferiscono variare partner; è appunto una scelta di vita.
È anche vero che in alcuni stati dove i governi o i regimi sono più severi, come per esempio la Cina, la libertà sessuale non esiste, poiché è vista come possibile concessione di altre libertà comportamentali che non sono ammesse; Freud nell’Ottocento non avrebbe mai accettato che in uno Stato potesse esistere tale limitazione.
Ritorniamo al presente e alle vicende quotidiane per fare qualche riflessione.
Ai nostri giorni, se si leggono i giornali, sempre più spesso si viene a conoscenza di violazioni della libertà, poiché i mariti o i partner non riescono ad accettare di essere lasciati da mogli, compagne o partner; forse l’uomo ancora si illude che la donna sia una sua proprietà e possa fare di lei ciò che vuole.
Che succede quando l’uomo, ma non necessariamente partner o marito, vuole prevalere sulla donna? Vi è il rischio che possano verificarsi violenze e soprusi di diverso genere come l’atto sessuale senza consenso, durante il quale solo uno dei due prova piacere, essendo parte attiva, mentre l’altro, o meglio l’altra, subisce.
Quando si iniziò a parlare di atto sessuale senza consenso?
Per fare un po’ di storia, inizierei con il dire che a parlare per la prima volta di stupro è il Codice babilonese di Hammurabi: la vittima era una giovane sposa, aggredita da un uomo che non era il marito. Nella legge babilonese, se l’atto era eseguito su donne sposate, a pagare erano sia la vittima sia l’aggressore, considerato colpevole quanto l’adultero; mentre, se la donna non era sposata, la punizione era inflitta solo all’uomo.
Nel Deuteronomio si legge che: se a subire una violenza è una donna vergine, che non si ribella e non chiama aiuto al momento in cui sta soffrendo, devono pagare entrambi; se, invece, la donna è sorpresa e si trova in luoghi lontani dal centro cittadino (campi, deserti…), dove non può ricevere aiuto, viene condannato solo l’uomo.
In Grecia l’atto sessuale tra l’amante e la moglie era punito severamente rispetto allo stupro della medesima, in quanto il marito era stato tradito ed ingannato e la moglie era stata corrotta (per esempio è celebre l’orazione di Eratostene nella quale la donna riesce ad accusare l’amante di perversione e a scagionare il marito dall’accusa di omicidio).
Sia in Grecia che nella Roma antica ce ne sarebbero numerosi altri casi, ma ci limitiamo al più famoso, che è il ratto delle Sabine: i guerrieri Sabini combatterono con i Romani per riprendersi le mogli o le donne rapite e violentate dai nemici.
La casistica andò aumentando fino al 1385 e al 1419 quando, grazie ad un decreto stabilito e imposto nel codice militare da Riccardo II ed Enrico V d’Inghilterra, fu bandito lo stupro, e tutti coloro che li avevano commessi durante la Guerra dei cent’anni furono condannati a morte. Arrivando al Seicento è il caso di ricordare la pittrice Artemisia Gentileschi che fu stuprata da un altro pittore, Agostino Tassi, condannato con lieve pena.
Dal Seicento al XX secolo si menziona solo Maria Goretti, divenuta santa per aver perdonato colui che la ferì gravemente per aver rifiutato l’atto sessuale; il tentativo di difendere la sua verginità la fece considerare dalla Chiesa cattolica un esempio di donna che si sacrifica, soffre ma nello stesso tempo perdona, come la morale cattolica impone.
Cosa dice la legge sull’atto sessuale senza consenso?
In Italia, fino agli anni Sessanta, i reati si distinguevano in “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” o meglio delitti contro la libertà sessuale e offese al pudore e all’onore sessuale. Come soluzione prima di una condanna, il colpevole avrebbe potuto ricorrere al matrimonio riparatore con la donna violentata per poter estinguere il reato con la vittima. Negli anni ottanta fu abrogato l’articolo che prevedeva il matrimonio riparatore. Attraverso una legge approvata il 15 febbraio 1996, “Norme contro la violenza sessuale“, lo stupro divenne: un crimine contro la persona, che viene coartata nella sua libertà sessuale, e non contro la morale pubblica.
Cosa può succedere dopo un atto sessuale senza consenso?
È opportuno recarsi appena possibile da uno specialista per poter verificare la presenza di possibili lesioni. È presumibile possano essere richiesti esami ematici per valutare eventuali patologie croniche o la presenza di virus che potrebbero svilupparsi dopo un rapporto sessuale, sia perché doloroso e sia perché non si è fatto uso del preservativo.
FONTE: www.dirittiumani.donne.aidos.it/; Medicina legale a cura di L. Macchiarelli, P. Arbarello ed altri.