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Reumatologia

Artrite reumatoide, un’ecografia contro le ricadute

I malati di artrite reumatoide da adesso hanno un’arma in più per difendersi dalle ricadute. Un’ecografia è infatti in grado di smascherare il rischio di recidive indicando se il paziente è in remissione da almeno sei mesi e, quindi, in grado di sospendere i farmaci. Una svolta, perché si tratta della chiave per decidere quando interrompere le terapie senza correre rischi,  perché, da sola, l’assenza di sintomi non poteva bastare per interrompere la terapia.
L’artrite reumatoide è una malattia infiammatoria cronica delle articolazioni che peggiora progressivamente se non si interviene precocemente. Provoca dolore e gonfiore a mani, piedi, dita, ginocchia, gomiti e collo. In Italia ne soffrono dalle 180mila alle 240mila persone, ma 4 su 6 non si curano adeguatamente perché non hanno ricevuto una diagnosi corretta. Si stima che il 40-60% dei pazienti in cura vada incontro a ricadute o perché la terapia non è adeguata o perché i farmaci provocano effetti collaterali e quindi devono essere sospesi.
Le recidive hanno conseguenze non trascurabili: causano il peggioramento delle lesioni articolari e dell’aterosclerosi accelerata (una malattia vascolare e coronarica che comporta un rischio di infarto del miocardio simile a quello del diabete mellito di tipo 2) e la perdita crescente della capacità lavorativa. Per evitare ciò, il paziente segue sempre la terapia, adeguandola all’evoluzione della malattia.
La sospensione delle cure può essere decisa dallo specialista quando il paziente non ha sintomi da 12 mesi ma ora, grazie al metodo messo a punto dall’ equipe dell’Università Cattolica di Roma, la decisione di sospendere le cure sarà presa in modo più preciso e rapido con un’ecografia alle articolazioni. Il verdetto è sicuro: la terapia si può sospendere se viene evidenziata la remissione da almeno sei mesi. In questo modo il rischio di ricadute cala del 50%. Inoltre, secondo i dati di uno studio non ancora ultimato, se la remissione ecografica è persistente da 12 mesi la possibilità che la malattia torni si azzera o quasi.

Articolo di redazione
Fonte: Corriere della Sera, 21/12/2010