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Cardiologia

Insufficienza cardiaca e “fiato corto”

Una delle cause più diffuse di ricoveri per gli ultrasessantenni è l’insufficienza cardiaca, e uno dei sintomi rivelatori è il fiato corto. Oltre a rappresentare un grosso fastidio per il paziente, l’affanno si sta dimostrando un “marcatore” di gravità della malattia: nei pazienti in cui le difficoltà respiratorie si rivelano resistenti alle cure, la prognosi è peggiore e aumenta la probabilità di ricoveri lunghi. Lo dimostra uno studio internazionale guidato dall’italiano Marco Metra, del Dipartimento di Cardiologia dell’università di Brescia, pubblicato da poco sull’European Journal Heart Failure.

I dati sono ricavati dall’analisi dei risultati di un trial, il Pre-RELAX-AHF Study, mirato a verificare gli effetti dell’ormone relaxina in 232 pazienti ricoverati per insufficienza cardiaca acuta. La relaxina è prodotta ciclicamente dall’ovaio e aumenta molto nel primo trimestre di gravidanza, per favorire l’adattamento della circolazione alle necessità della gestazione. Dato che aumenta la spinta cardiaca e il flusso renale, riducendo allo stesso tempo la resistenza dei vasi periferici, la relaxina è considerata in via sperimentale un possibile rimedio nello scompenso cardiaco. I risultati di tale studio sembrerebbero, per ora, incoraggianti, rispetto al placebo la relaxina migliora le difficoltà di respiro associate all’insufficienza cardiaca acuta e previene un peggioramento dello scompenso; la dose più efficace si sta ora sperimentando in un ulteriore trial.
Ma dall’analisi dei primi risultati è emersa anche una nuova informazione: quando il paziente “resiste” alle cure mirate a ridurre l’affanno, la sua prognosi a breve e medio termine peggiora.
Nello studio coordinato dal ricercatore italiano, il 25 per cento dei pazienti ha trovato miglioramento dalle difficoltà respiratorie nei primi giorni; dopo 5 giorni, la dispnea era diminuita nel 30 per cento dei casi trattati con placebo e in un caso su due fra coloro che avevano ricevuto relaxina. Chi non aveva almeno parzialmente risolto l’affanno registrava una probabilità di peggioramento dello scompenso durante il periodo del ricovero pari al 21 per cento, contro il 14 per cento di chi invece respirava meglio. La mancanza di miglioramento del “sintomo-affanno” è risultata, inoltre, associata a una permanenza maggiore in ospedale e a una prognosi peggiore a 60 giorni. I nuovi dati acquisiti sembrano dimostrano che la soluzione del problema dispnea non è solo importante per il benessere del paziente, ma implica anche uno sforzo per migliorare la prognosi e il decorso della patologia.

Articolo di redazione
Fonte: Corriere della Sera – Salute