Svelato il mistero della calvizie. Dipenderebbe da un problema di attivazione delle cellule staminali presenti nei follicoli piliferi che, restando “spente”, non riuscirebbero più a fabbricare il capello. E’ quanto sostiene uno studio americano pubblicato sul ‘Journal of Clinical Investigation’. Chi è affetto da calvizie se la deve prendere con le cellule staminali dei follicoli sparsi sul capo che, invece di essere operative, sono come spente, “addormentate”.
Secondo i ricercatori dell’Università della Pennsylvania di Philadelphia, non è una questione di numeri, ma di attività: all’interno dei follicoli “inattivi” le cellule staminali non riescono a trasformarsi in cellule più mature, le cosiddette progenitrici. I ricercatori per arrivare a queste conclusioni hanno analizzato i campioni di cuoio capelluto calvo e non calvo estratto da 54 uomini tra i 40 e 65 anni. Dal confronto è emerso che le cellule progenitrici sono risultate nettamente impoverite nei follicoli del cuoio capelluto calvo rispetto ai campioni di tessuto non calvo. La conclusione è stata che la calvizie deriva quindi da un problema a livello di attivazione delle cellule staminali, piuttosto che dal numero di staminali presenti nei follicoli. Il numero di cellule staminali è lo stesso sia nel cuoio capelluto calvo che in altre zone, ma c’è invece una differenza nella consistenza di un tipo specifico di cellule, le progenitrici. Ciò vuol dire che esiste un problema di attivazione a livello di cellule staminali, quando si deve avviare la conversione in progenitrici nel cuoio capelluto calvo.
Tuttavia, il fatto che ci sia un numero normale di cellule staminali anche nel cuoio capelluto calvo fa sperare che sia possibile ‘riattivarle’ e individuare nuovi trattamenti contro la calvizie. L’idea quindi potrebbe essere di trovare composti che risveglino l’attività delle staminali, da usare per creare lozioni anticaduta. Solo in Italia la calvizie riguarda undici milioni di persone, principalmente maschi. Nel 10% dei casi è precoce e arriva già a vent’anni, ma generalmente colpisce a partire dai quaranta anni.
Articolo di redazione
Fonte: La Repubblica 5/1/2011