Una problematica che si può affrontare, con la giusta terapia e un atteggiamento di fiducia. La probabilità che ad una donna in gravidanza venga diagnosticata una neoplasia maligna, si aggira intorno ad 1 caso su 1.000 gravidanze.
Tale incidenza è dovuta al differimento della prima gravidanza ad una età maggiore di 35 anni e dato che, tanto più si è avanti con l’età, tanto maggiore è la possibilità che insorgano neoplasie, la percentuale di rischio potrebbe aumentare con l’avanzare degli anni.
Durante la gravidanza i tumori che si possono insorgere più frequentemente sono quelli alla mammella, al collo dell’utero, nel colon-retto, il melanoma, il linfoma, la leucemia.
Come si diagnosticano i tumori in gravidanza
Le modificazioni sulla mammella date dalla gravidanza rendono più difficile la diagnosi, tuttavia la palpazione di un nodulo duro, poco mobile, indolore, può indurre lo specialista di ginecologia ostetricia, a sospettare una neoplasia.
Per quanto riguarda la cervice uterina, le saltuarie perdite ematiche in gravidanza, se avvengo senza che l’ecografia mostri un distacco placentare, sono un segnale da approfondire con un’indagine da effettuare eseguendo il pap-test e la colposcopia. Se nelle feci dovesse presentarsi un’abbondante quantità di sangue misto a muco si può sospettare il tumore del colon-retto.
Quanto al melanoma, la diagnosi si basa sull’esame di un neo sanguinante e di altri eventuali nei satelliti. Infine per i linfomi o la leucemia sono valutati sintomi quali la febbre permanente e resistente ai normali antiepiretici ed altre terapie, la comparsa di tumefazioni nelle sedi linfonodali, emorragie improvvise ed ingiustificate a far pensare ad una possibile neoplasia maligna.
Quali sono i mezzi diagnostici in cui si ricorre in gravidanza
I problemi maggiori sono dati dall’utilizzo degli appropriati mezzi diagnostici, con conseguenze che potrebbero ricadere sul feto. Quando viene adoperata la diagnostica per immagini attraverso gli ultrasuoni e la risonanza magnetica, si può dire che entrambe non hanno fino ad ora dimostrato di comportare danni sul feto.
Il discorso cambia nel caso dei raggi X (utilizzato nella comune lastra, come anche la TAC), poiché tali radiazioni sono ionizzanti e potrebbero danneggiare le cellule fino al loro deterioramento, influendo a livello cromosomico sul feto. Pertanto questi esami diagnostici con raggi X sono sconsigliati, soprattutto durante il primo trimestre.
Nel caso in cui fossero indispensabili, il radiologo dovrebbe cercare di far assorbire una dose inferiore di raggi al feto per limitare i danni, facendo indossare alla paziente un indumento protettivo dell’addome. Si possono fare radiografie nella diagnostica odontoiatrica (ortopanoramiche) senza alcuna protezione addominale vista la distanza fra le due zone.
Altre procedure quali biopsie o interventi di laparoscopia o endoscopici non hanno controindicazioni.
Qual è il periodo migliore per l’intervento chirurgico
Non esiste un periodo consigliato per la rimozione del tumore in gravidanza, perché qualsiasi procedura chirurgica ed anestesiologica sembra non procuri alcuna conseguenza. Dagli studi pubblicati è emerso che il rischio di aborto o quello di avere feti malformati o persino feti con anomalie congenite non aumenta; si aggiunge che non è aumentata la probabilità di avere parti pre-termine.
In genere viene vivamente consigliato nel periodo post-operatorio seguire una terapia anti-trombotica con eparina frazionata.
È possibile il ricorso alla chemioterapia in gravidanza?
La maggior parte dei farmaci chemioterapici supera la barriera placentare e raggiunge il feto. Il ricorso alla chemioterapia durante il primo trimestre aumenta il rischio di aborto spontaneo e di malformazioni del feto, poiché siamo nel periodo della formazione degli organi.
Sarebbe l’ideale posticipare la chemioterapia dopo la 14esima settimana e sospenderla dopo la 35esima.
Sono consentiti alcuni farmaci che hanno minori effetti collaterali, tra i quali ne menzioniamo alcuni specificando la sostanza chimica da cui sono composti: la doxorubicina, l’epirubicina, il cisplatino e il carboplatino.
È consigliato di evitare l’uso di anticorpi monoclonali e il tamoxifene, così come è di prassi evitare la radioterapia in gravidanza.
Quali farmaci si possono usare per contrastare i sintomi causati dalle neoplasie ?
Tra i farmaci il più usato è il paracetamolo, che può essere integrato con la codeina. Gli oppiacei rappresentano rimedi di seconda scelta specie se con forti dolori, ma possono essere estremamente pericolosi per il feto – se in prossimità del parto – o causare alla donna crisi di astinenza. Per combattere nausea e vomito, in corso di chemioterapia, esistono diversi farmaci che non interferiscono sul feto e si possono tranquillamente assumere.
Suggerimenti per una donna alla quale è stato diagnosticata una neoplasia in gravidanza
La gestazione in genere prosegue nel suo corso e non influenza la storia naturale del tumore; la sopravvivenza di una paziente a seconda del tipo e dello stadio tumorale non è generalmente dissimile da un normale decorso, salvo per il fatto che si può differire una terapia completa, che permette una salvaguardia maggiore della donna con una neoplasia in gravidanza.
Nei casi più gravi, spetta alla donna a decidere se affrontare una gravidanza, rischiando in alcuni casi sia la sua salute che quella del feto, che potrebbe non resistere alle terapie per quanto moderate
Prevenzione e diagnosi precoce: se il tumore viene diagnosticato nel primo trimestre o entro i 180 giorni, la coppia dei coniugi può richiedere, infatti, l’interruzione di gravidanza per sottoporsi agli esami diagnostici, ma soprattutto alla chemio o radioterapia. Se al contrario si opta per il decorso della gravidanza, dopo la 14esima settimana è possibile praticare la chemio detta neoadiuvante che controlla la crescita del tumore e permette di arrivare ad un’epoca di gestazione, con una maggiore probabilità di mettere al mondo un figlio vivo e sano.
Il controllo del benessere fetale avviene attraverso un’ecografia e una cardiotocografia: potrebbe verificarsi un accrescimento fetale lievemente ritardato, ma non c’è da preoccuparsi.
Raggiunta la 37esima settimana si decide generalmente di procedere con taglio cesareo iniettando 24 ore prima dell’intervento 24 mg di cortisone per evitare una difficoltà respiratoria del neonato.
È essenziale che il tumore in gravidanza venga diagnosticato prima possibile per ridurre la mortalità della madre o del feto e per ridurre il rischio di subire interventi demolitivi che impedirebbero un’altra eventuale maternità.