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Ginecologia e Ostetricia

Parto indotto: indicazioni e possibili rischi

Iniziamo con il dare la definizione di parto indotto ovvero parto con travaglio, stimolato tramite manovre cliniche, presidi meccanici o infine farmaci.

Solitamente è praticato nei casi in cui la gravidanza dovesse andare oltre il termine previsto, si dovessero rompere le acque anticipatamente o anche se la placenta presenta anomalie.

Negli ultimi anni il parto indotto ha avuto un incremento del 25%  (1 su 5 gravidanze); ciò si verifica quando la gestante sceglie insieme all’ostetrico, per diversi motivi, il giorno in cui partorire, a condizione che – questo è quanto desiderano i pediatri- sia trascorsa la 39ma settimana.

Il parto indotto è generalmente più lungo e doloroso nelle nullipare ovvero nel caso di primo figlio e si ricorre a farmaci analgesici; a differenza di un travaglio spontaneo, quello indotto richiede una sorveglianza continua che monitori le contrazioni uterine e la reazione fetale.

Quali sono le condizioni in cui si richiede il parto indotto?

Parto indottoSi può parlare di condizioni di necessità assoluta o relativa.

Le indicazioni di necessità assoluta sono:

  • parto oltre il termine: si consiglia il parto dopo 41 settimane e 3 giorni. L’epoca della gravidanza va valutata con la prima ecografia eseguita tra la 10 e la 12ma settimana. Se la paziente non è pienamente d’accordo, il parto si potrebbe spostare di altri 3 giorni se le condizioni fetali sono buone e il liquido amniotico è in sufficiente quantità. Se il liquido è poco e il tracciato cardio-tocografico presenta decelerazioni variabili, non si può rinviare ed è caldamente raccomandato il ricorso all’induzione del parto. Altre importanti condizioni di parto oltre al termine che non permettono di spostare il parto sono: l’ipertensione materna, il diabete, cardiopatie, broncopatie. In tutti i casi di parto indotto per necessità assoluta, sarebbe consigliabile effettuare l’induzione quando tutta l’equipe medica (ginecologo, anestesista, cardiologo e neonatologo) sono presenti.
  • Rottura della membrana: dopo 24 ore dalla rottura del sacco amniotico, circa l’80% delle gestanti partorisce spontaneamente; nel caso in cui non avvenisse il travaglio spontaneo bisogna  intervenire per evitare il rischio di infezioni ascendente nell’utero e soprattutto dopo la 37ma settimana si preferisce far partorire. Se però la rottura dovesse avvenire anticipatamente, è necessaria una copertura antibiotica per prevenire spiacevoli conseguenze.
  • Feto non dà più segni di vita: accertata l’assenza del battito cardiaco fetale, è richiesta l’induzione immediata.
  • Colestasi intraepatica o ittero della gravidanza: è causata da uno scorretto deflusso della bile e determina un aumento delle transaminasi del sangue. La sintomatologia è rappresentata da un ingiallimento della pelle e del bulbo oculare, da gonfiore agli arti inferiori e superiori da prurito. Non è sicuro il perché possa manifestarsi, ma potrebbe essere causata da una particolare sensibilità a livello genetico agli estrogeni, visto che aumentano enormemente durante la gravidanza.

 Quali sono, invece, le  indicazioni di necessità relativa?

Sono tutte quelle situazioni in cui i benefici di un’induzione sono superiori ai rischi per madre e feto:

  • lieve ipertensione,
  • macrosoma fetale,
  • condizioni logistiche quali per esempio distanza eccessiva della gestante dal punto di nascita, assenza del marito per ragioni di lavoro, presenza di un parto precipitoso nella famiglia.

Parto  indotto: quando è controindicato

Il parto indotto viene assolutamente evitato quando la placenta è previa in toto o in parte, se il bimbo si presenta in posizione podalica, se le condizioni cardio-tocografiche del feto non lo permettono, in presenza di herpes genitale in fase attiva o infine si è avuto un pregresso intervento all’utero che abbia provocato un’apertura della cavità uterina ovvero se si ha una sproporzione feto-pelvica › 5.

Parto indotto: come si induce?

parto indotto condizioniLa riuscita è legata alla condizione del collo dell’utero e al grado di impegno della testa fetale. I ginecologi seguono il cosiddetto punteggio di Bishop (Bishop score) nel quale sono considerati alcuni parametri relativi al collo dell’utero e testa del feto: il collo deve trovarsi al centro della vagina e non dietro, deve essere soffice e morbido per la presenza di abbondante liquido acquoso ed infine il canale cervicale deve poter essere esplorato dall’ostetrico facilmente.

Se le condizioni sono tutte favorevoli e si raggiunge un punteggio da 7 in su, è possibile indurre il parto, aspettare 4-6 ore ed intervenire con un’infusione di ossitocina per stimolare le contrazioni e rendere più semplice il parto. Se al contrario, le condizioni sono sfavorevoli riguardo al collo dell’utero, è opportuno farlo maturare immettendo prostaglandine per via vaginale; ottenuta l’adeguata preparazione, si sospendono le prostaglandine per alcune ore (4-6) e si procede con l’infusione di sostanze  tra le quali l’ossitocina per favorire le contrazioni. Lo scollamento della membrana da parte del ginecologo è semplice e poco dolorosa; oltre a questo intervento, attualmente poco eseguito, ci sono alternative come l’introduzione di un palloncino pieno di 30-50cc di soluzione fisiologica per il rischio di infezione.

Parto indotto: i possibili rischi

Si precisa che la cosa ottimale sarebbe l’induzione con la riproduzione dello stesso tipo di contrazioni che caratterizzano il parto fisiologico. La contrazione uterina si contraddistingue per la frequenza, la durata e l’intensità: durante la contrazione l’arteria uterina che porta il sangue al feto viene occlusa ed il feto fruisce solo del sangue spremuto della placenta. Se la contrazione ha un intervallo di 3-10 minuti ed una durata di 40-60 secondi, il feto non ne risente; se, invece fossero troppo ravvicinate o troppo durature, il feto ne risentirebbe sfavorevolmente o la placenta potrebbe staccarsi. Si dovrebbe di conseguenza usare e regolare la flebo con l’ossitocina con piccole dosi per aumentarle con cautela ogni 30 minuti. Se, invece, si fa uso di prostaglandine per via vaginale e l’effetto fosse troppo efficace, va tirato il nastrino al quale il dispositivo è collegato.

La tachisostolia o l’ipersistolia (contrazioni troppo veloci o troppo lente) possono richiedere il ricorso a farmaci che bloccano le contrazioni. Durante tutto il travaglio è quindi obbligatorio il monitoraggio delle contrazioni e il loro riflesso nel feto.

Concludendo, il parto indotto è un atto medico che comporta una serie di regole da rispettare nell’interesse della madre e del bambino. Si può attuare in particolari condizioni, che vanno monitorate di volta in volta e a condizione che il vostro ginecologo segua le linee guida internazionali. La coppia andrebbe informata e dovrebbe accettare di indurre il parto concordando il tutto con lo specialista con la piena consapevolezza dei rischi e benefici a cui si va incontro. Il desiderio della gestante o la comodità da parte del medico non dovrebbero essere le sole ragioni che possono far decidere per il parto indotto; nelle linee guida diffuse e pubblicate dalla Società Internazionale di Ginecologia ed Ostetricia è caldamente controindicato un parto indotto se non ci sono le condizioni favorevoli appena descritte.

Fonte:

www.nice.org.uk