Tromboembolia in gravidanza.
Va innanzitutto ricordato che, come alcuni sapranno già, in gravidanza la nostra circolazione, i nostri capillari, e i nostri vasi sanguigni, nonché le arterie e le vene, sono sottoposti ad un lavoro maggiore perché devono sopportare e supportare un peso corporeo che tende ad aumentare di circa 1kg al mese. Ne consegue che al termine dei 9 mesi la donna abbia più o meno dai 7 ai 10 kg in più. Cosa potrebbe succedere se si interrompe il regolare flusso sanguigno? Ecco: qui, probabilmente, siamo di fronte ad una tromboembolia venosa.
Tromboembolia in gravidanza: che cos’è?
La formazione di un coagulo all’interno di una vena è definita trombosi; se dal coagulo si distacca una parte, quest’ultima viene chiamata embolo, che trasportato dalla corrente circolatoria può scegliere di fermarsi in qualsiasi stazione ovvero in qualunque organo che subisce come conseguenza un temporaneo o permanente “infarto”.
Tromboembolia in gravidanza: come si possono formare i coaguli all’interno di una vena?
Un trauma, un rallentamento del circolo venoso, una predisposizione congenita o acquisita sono i tre fattori principali che causano solitamente un trombo. Un’altra condizione a rischio è appunto la gestazione. Durante la gravidanza il rischio di trombi è possibile in ogni trimestre, ma con diverse caratteristiche e modalità:
Nel primo: gli ormoni gravidici fanno aumentare la portata circolatoria e la vasodilatazione; ciò determina la comparsa di capillari soprattutto negli arti inferiori con le vene che diventano più evidenti.
Nel secondo: è l’utero a crescere di volume e a far ritardare l’apporto di sangue dalla periferia al centro; si formano così delle varicosità agli arti inferiori.
Nel terzo: si verificano alcune trasformazioni nel sangue che favoriscono la comparsa di fattori che a loro volta fanno prevalere la formazione di trombi.
In più, va aggiunto che i trombi potrebbero avvenire anche dopo aver partorito, o meglio durante il puerperio, poiché il trauma da parto e l’immobilizzazione prolungata nel tempo risultano essere elementi che conducono eventualmente a trombi.
Per dirla in parole più semplici, la gravidanza e il puerperio rappresentano tra i fattori più a rischio di avere episodi trombotici: è stato calcolato che le future mamme, ossia le gestanti, corrono un rischio dalle 5 alle 20 volte superiore di avere episodi di questo tipo rispetto alle donne che non aspettano un bambino. Siamo comunque nell’ordine di 1-2 su 1000 per il rischio di trombi nelle gestanti, e di questa percentuale solo un 30% potrebbe andare incontro ad embolia polmonare; quindi, per maggiore chiarezza, va specificato che la percentuale di rischio di trombi ed embolia polmonare è piuttosto bassa.
Tromboembolia in gravidanza: quali esami eseguire per essere più tranquille?
È raccomandabile fare un’ecografia in 3D o semplice, poiché con questo esame si può individuare un’eventuale interruzione della corrente sanguigna e la presenza di un coagulo all’interno di un vaso. Quanto all’individuazione dell’embolia, sono di aiuto anche la scintigrafia, un angio-Tac, un eco-doppler o una risonanza magnetica.
Gli esami ematici non sono sufficienti all’individuazione di qualche filetto staccato che non completa il suo circuito.
Tromboembolia in gravidanza: quali sono i sintomi che fanno sospettare una trombosi?
In realtà i segni di una trombosi sono aspecifici, ma si potrebbe osservare che si nota qualche particolare:
– un accrescimento insolito della circonferenza degli arti inferiori;
– un dolore particolarmente accentuato se si è in posizione eretta e quando si cammina;
– una sensazione di calore e formicolio delle zone colpite
È opportuno riferire tale sintomatologia, specie se si è in gravidanza, al proprio ginecologo od angiologo, per verificare cosa sia effettivamente successo e per avere i consigli giusti in modo da affrontare al meglio l’eventuale episodio.
Tromboembolia in gravidanza: è possibile la prevenzione?
La risposta è sì. Va però sottolineato che è necessario riferire allo specialista la vostra storia clinica per guidarlo meglio a prescrivervi esami specifici prima di formulare una diagnosi.
Si deve poi considerare, in caso di età superiore ai 35 anni, di sovrappeso, di gravidanze plurime, di tendenza alla varicosità agli arti inferiori e di infine di patologie legate alla vostra circolazione, che è preferibile intervenire prima possibile e pensare quanto prima alla prevenzione. Quest’ultima dovrebbe essere seguita anche nella scelta di come partorire, orientandosi più verso un taglio cesareo rispetto ad un parto spontaneo per via vaginale.
Conclusioni sulla tromboembolia in gravidanza
La tromboembolia in gravidanza è una complicanza prevista, soprattutto in presenza di più fattori di rischio, quali in particolare il sovrappeso che può affaticare la circolazione. È cosa previdente sottoporsi a regolari ecografie o altri esami strumentali (angio-Tac, scintigrafia e risonanza) per poter individuare in tempo la comparsa di eventuali coaguli o trombi poiché gli esami ematici non danno la stessa risposta e non sono sufficienti a formulare diagnosi corrette.
Oltre allo screening usuale, si consiglia di seguire una dieta corretta, una vita sana con una regolare attività fisica. Laddove dovessero presentarsi episodi trombotici, solitamente viene scelto il taglio cesareo per ridurre alla donna il trauma da parto. Del resto, dopo i 35 anni, il taglio cesareo è comunque preferibile per evitare probabili complicanze successive.
Fonte: Guidelines of Royal College of Obst. And Gyn. Congresso mondiale di Brisbane 2016