Magari fosse vero! Sarebbe la salvezza per i milioni di persone che in tutto il mondo soffrono della malattia di Alzheimer, una delle più diffuse e debilitanti forme di demenza. L’Università della California a Berkeley pubblica sul suo Magazine online una UC Berkeley Wellness Letter in cui si riporta quanto scritto dalla dottoressa Mary Newport nel suo libro intitolato “Alzheimer’s Disease: What If There Was a Cure?”, dove l’autrice spiega come si potrebbe trattare l’Alzheimer.
La soluzione, secondo la dottoressa Newport, si trova in un semplice cibo: l’olio di cocco che, secondo lei, avrebbe benefici effetti sulla malattia. E le sue affermazioni traggono spunto da una vicenda personale, ossia la ricerca di un rimedio per il marito affetto proprio dal morbo di Alzheimer. I suoi esperimenti l’hanno portata a concludere che una dieta chetonica può curare diversi disturbi neurologici. Vale la pena ricordare che i chetoni sono sottoprodotti della ripartizione dei grassi nel corpo che vengono normalmente prodotti dall’organismo in quantità ridotte. Quello che cercava la dottoressa Newport non erano i “normali” grassi utilizzati nella dieta chetonica, ma i grassi chiamati trigliceridi a catena media (MCT), di cui sono ricchi l’olio di cocco e l’olio di palma.
L’assunzione di questi MCT stimola una funzione del fegato, il quale li convertite in chetoni. Questi possono poi essere utilizzati dal cervello e altri organi come combustibile al posto degli zuccheri utilizzati in genere. Per tornare alla dottoressa Newport, lei ha iniziato a far assumere al marito l’olio di cocco in modo da favorire una maggiore produzione e concentrazione di chetoni. Nel suo libro, poi, riporta come questa situazione abbia portato a miglioramenti nella memoria a breve termine – quella in genere più critica – , alleviando la depressione e facendo migliorare il quadro clinico generale. Una risonanza magnetica ha supportato questi risultati mostrando che vi era stato un arresto del processo di contrazione del cervello.
Molti scienziati,naturalmente, commentano che queste sono solo prove aneddotiche e che il corso della malattia di Alzheimer può variare da persona a persona, per cui ci possono essere periodi di stabilità e miglioramenti temporanei che non arrestano il declino a lungo termine. In definitiva la questione è tutt’altro che chiusa e i pareri, favorevoli o contrari alla terapia della dottoressa Newport, si alternano. E, verosimilmente, continueranno a farlo finché non ci sarà uno o più di uno studio clinico che ne attesti la validità scientifica. Allo stadio attuale è augurabile solo che , a beneficio di tutti i malati, la ricerca proceda a vantaggio della verità.
Articolo di Redazione
Fonte: La Stampa, 01/06/2012