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Neurologia

Per salvare la memoria? Usiamo il cervello

Dove saranno le chiavi di casa? Ma la macchina non l’avevo parcheggiata quì? Avrò chiuso il gas? Sono tutte domande che, arrivati a una certa età, ci si comincia a porsi sempre più spesso:  a un certo punto della vita, infatti, tutti si rendono conto  che la memoria non è più quella di una volta. A entrare in sofferenza, arrivati più o meno intorno ai 60 anni, è la memoria di lavoro, ossia la capacità di tenere a mente le informazioni che servono per svolgere il compito al quale in quel momento si è occupati. Ma comincia a incepparsi anche la memoria episodica, quella memoria a lungo termine di eventi personali che possono essere localizzati in un preciso spazio e in un preciso tempo.
Dei cambiamenti ai quali va incontro la memoria con il passare del tempo si occupa una ricerca  pubblicata sulla rivista Trends in Cognitive Sciences ad opera di un gruppo di studiosi guidati da Lars Nyberg dell’Università di Umea, in Svezia. E se ne occupa partendo dal dato di fatto che circa il 10 per cento degli ultrasettantenni conserva performance cognitive, memoria compresa, pressoché uguali a quelle precedenti. Alla base di questa performance c’è sicuramente una genetica favorevole, ma l’elemento interessante è che conta anche la cosiddetta “riserva cerebrale”, in sostanza, cioè, dipende anche dal livello che si era raggiunto precedentemente. Più si è fatto lavorare il cervello durante la propria vita, meno si rischia di andare incontro a una ridotta funzionalità cognitiva in età avanzata.
Dice il professor Alberto Oliverio, docente di Psicobiologia all’Università La Sapienza di Roma, che la memoria ha una specie di crocevia chiamato ippocampo, un nucleo nervoso situato al di sotto della corteccia, vero e proprio snodo della memoria. Quando facciamo un’esperienza nuova, l’ippocampo la trasmette al talamo e alla corteccia dove viene depositata e archiviata per categorie. Similmente, se richiamiamo una memoria, si compie un cammino inverso grazie all’ippocampo. L’ippocampo  è  una struttura essenziale per registrare e richiamare i ricordi. Con l’invecchiamento, l’ippocampo perde neuroni e così anche la corteccia, e questo porta a una minore efficienza nella registrazione delle nuove esperienze. I ricordi del passato, invece, non sono colpiti dai processi degenerativi, a meno che questi non siano gravi come avviene nel morbo di Alzheimer.
Lo stesso professor Oliverio consiglia, quindi, per preservare la memoria di mantenere in generale in forma il fisico, poiché più il cervello è ossigenato e meglio funziona, poi limitare l’uso di grassi e consumare frutta e verdura, cereali e legumi ma anche di stimolare il cervello con vari interesse per cose diverse, anche divertenti e rilassanti come ascoltare musica o fare parole crociate. Consigli di un esperto da tenere a memoria, anche perché, dimenticavo di dire, che non esistono farmaci specifici per la memoria.

Articolo di Redazione
Fonte: Corriere della Sera, 28 maggio 2012