Il nome ci ricorda il famosissimo pulcino del cartone animato, piccolo, dolce e nero; in realtà si tratta di una vera e propria malattia riconosciuta da psicologi e psicoterapeutici.
La Sindrome di Calimero colpisce molte più persone di quanto si pensi; fortunatamente la maggior parte soffre di questo disturbo per periodi brevi e solo ciclicamente, ma c’è chi, purtroppo, convive con questa patologia anche per anni.
Cosa è la Sindrome di Calimero
Chi soffre della Sindrome di Calimero tende a vedere tutto in maniera pessimistica e negativa, ogni avvenimento della vita, dal più grande al più piccolo, viene visto attraverso una lente deformante che fa credere al soggetto affetto da tale sindrome, che quel determinato evento sia il peggiore che potesse capitargli.
Chi soffre della Sindrome di Calimero pensa che le persone al proprio fianco siano fortunate e benvolute da tutti, che vivano solo esperienze positive e gratificanti, mentre loro, si convincono di essere un capro espiatorio, di essere il bersaglio preferito per la sfortuna in generale.
Queste loro convinzioni li portano ad essere molto lamentosi, non perdono occasione per mostrare al mondo quanta sfortuna, quanta negatività, quanto odio gli caschi in testa senza motivo. Così passano per delle vittime indifese.
Chi soffre della Sindrome di Calimero è decisamente pessimista, si sente costantemente non accettato e non all’altezza della situazione, ne deriva quindi che a risentirne è l’autostima che in queste persone è decisamente a livelli pari allo zero.
Sono persone che non si pongono obbiettivi nella vita, non cercano di migliorare la propria situazione, non fanno alcuno sforzo in tal senso e questo perché si sentono vittima degli eventi e qualsiasi progetto secondo loro fallirà, quindi non provano nemmeno convinti che comunque “andrà sempre male”.
Cosa porta una persona a soffrire della Sindrome di Calimero?
Difficile stabilire delle cause precise, i motivi potrebbero essere molti e concatenati, come per esempio:
- Il susseguirsi di eventi negativi: i periodi neri capitano a tutti, ma chi soffre della Sindrome di Calimero tende ad ingigantire le cose, e anche quando il brutto periodo è terminato, questi soggetti continuano ad aggrapparsi alla loro idea di negatività totale che li circonda.
- L’ambiente negativo: se una persona cresce e vive circondato da parenti o amici negativi, o a loro volta schiavi della Sindrome di Calimero, la probabilità che sviluppi la patologia è sicuramente maggiore rispetto a chi vive con persone positive e propositive.
- Bassa autostima per colpa di terzi: chi nell’infanzia e nell’adolescenza è stato costantemente svalutato da genitori, fratelli maggiori o insegnanti, crescerà sentendosi molto insicuro, senza autostima cadere nella trappola del vittimismo.
- Aver subito violenze: che siano fisiche o psicologiche, l’aver subito violenze funge da buon trampolino di lancio per soffrire della Sindrome di Calimero.
Tutte queste cause, prese singolarmente o più d’una in contemporanea, portano i soggetti predisposti a vivere la propria vita con l’idea di essere incapaci di affrontare ogni qual si voglia situazione.
Non bisogna sottovalutare che chi soffre della Sindrome di Calimero spesso sviluppa una vera e propria conseguenza denominata tirannia psicologica.
Nella pratica sposta tutti i suoi pensieri negativi su chi gli è più vicino, un parente o un amico, per tranne vantaggio.
Per capire meglio questo fenomeno riportiamo una testimonianza riportata sul Temple University – College Of Education.
A parlare è Cindy: “mia sorella Sunny soffre della Sindrome di Calimero più o meno fin dai tempi dell’adolescenza. Uscivamo insieme con gli amici, ma lei rincasava sempre prima dicendo che nessuno la voleva nel gruppo, che la escludevamo. All’inizio ci restavamo male, la sua presenza per noi contava, ma con il tempo i nostri amici si sono stancati di “pregarla” e quando lei voleva tornare a casa io ero l’unica che la seguiva e cercava, all’inizio di farle cambiare idea, con il tempo invece a consolarla.
Ogni singolo evento per lei era un trauma: ricordo che una volta andammo con nostra madre al centro commerciale e lei voleva un panino di una nota catena. Arrivati scoprimmo che il locale era chiuso per dei lavori di manutenzione. Sunny iniziò a lamentarsi, diceva che lo facevano apposta, che era chiuso perché sapevano che stava per arrivare lei, che la sfortuna la perseguitava e via dicendo. Nostra madre si arrabbiò molto e smise di ascoltare Sunny per diversi anni a venire. “nessuno è arrabbiato con te!! Devi crescere!” le diceva. Queste frasi non aiutavano mia sorella e io mi avvicinai ancora di più a lei. Dopo qualche anno la situazione era per me molto pesante. Ogni minuto libero lo passavo con lei che invece era apatica, non aveva voglia di fare nulla, aveva abbandonato gli studi dicendo che erano inutili perché sarebbe stata bocciata, non cercava un lavoro perché era convinta che comunque l’avrebbero licenziata subito, non usciva perché ovunque andasse si sentiva rifiutata. Stare tante ore al giorno ad ascoltare solo i pensieri negativi di mia sorella mi stava distruggendo, a tratti faticavo anche io a pensare lucidamente e capivo che mi stava trascinando in fondo al suo baratro scuro di tristezza e vittimismo. All’inizio pensavo che standola ad ascoltare, cercando di consolarla, l’avrei aiutata, ma piano piano iniziai a pensare , che per quanto volessi bene a mia sorella, in realtà lei rincarava la dose di lamentele solo per farsi “coccolare” dalla mia presenza. Un giorno le feci un bel discorso sperando di toglierla dalla sua tristezza, e cominciai ad ascoltarla sempre meno, anche se eravamo nella stessa casa, io la evitavo. Era difficile per me, mi sentivo una cattiva sorella, finché lei ha iniziato a dirmi frasi che mi facevano sentire sempre più in colpa. “cosa ho fatto per meritarmi una sorella come te? Io sto male e tu mi ignori!” la sostanza era questa e nell’arco di qualche giorno mi sentivo una pessima sorella. Mi stavo abbattendo e stavo per cadere nel suo stesso vortice di vittimismo e tristezza. Mi rivolsi subito ad uno psicoterapeuta e capii che tutto questo inferno che avevo vissuto negli ultimi anni era colpa di una patologia, la Sindrome di Calimero. Il dottore ha saputo aiutare sia me che mia sorella, ed ora vediamo davanti a noi un buon futuro!”.
Come nel caso di Cindy e Sunny, uno psicoterapeuta o uno psicologo può aiutare chi soffre della Sindrome di Calimero, come?
- Aiutare il paziente a capire ed accettare di avere un problema, rendersi conto di soffrire del disturbo è il primo passo verso la guarigione.
- Sconfiggendo l’insicurezza che caratterizza i soggetti senza un minimo di autostima. Far loro acquisire sicurezza significa renderli capaci di credere in se stessi e quindi propositivi di fronte a nuove situazione e nella creazione e realizzazione di nuovi progetti.
- Insegnando ai pazienti a guardare gli eventi e la vita in generale da un nuovo punto di vista, cambiando prospettiva e vedendo tutto sotto una nuova luce diversa dalla negatività con cui hanno dovuto convivere fino a quel momento.
- Insegnando a porsi in maniera adulta di fronte alle difficoltà, eliminando il lato vittimistico è possibile affrontare le situazioni in modo adulto e autosufficiente.
Per concludere non bisogna dimenticarsi il ruolo fondamentale di chi vive con soggetti affetti da Sindrome di Calimero: non sempre chi soffre di questa patologia riesce a combatterla da solo, l’aiuto concreto delle persone care significa non farsi trascinare nel vortice di vittimismo, ma anzi, convincerle ad andare da uno specialista è il modo migliore per aiutarle e ridare loro una vita serena e appagante!