Il capezzolo introflesso è una condizione caratterizzata da un’assenza di prominenza del capezzolo, che può verificarsi sia nelle donne che negli uomini. Oltre ad essere causa di disagi psicologici, potrebbe essere anche un problema per le neo mamme perché potrebbe interferire con l’allattamento.
Scopriamo come riconoscerlo e quali tipi di trattamenti è possibile effettuare per risolvere questo disturbo.
Capezzolo introflesso: cause
Il capezzolo introflesso può presentarsi in un unico seno (unilaterale) o in entrambi (bilaterale), in generale colpisce le donne (20 donne su 1000) ma può manifestarsi anche nel sesso maschile.
Il capezzolo introflesso dipende da un’anomalia dei dotti galattofori, i condotti che portano durante l’allattamento il latte al capezzolo, che si presentano in questo caso più corti di quanto dovrebbero essere per permettere la naturale fuoriuscita del capezzolo dall’aureola. Il capezzolo viene quindi trattenuto all’interno della mammella.
Esistono vari gradi di introflessione del capezzolo in base ai quali il medico stabilisce il trattamento più idoneo.
- Grado1: effettuando una pressione lieve sull’aureola, il capezzolo tende a protrarsi e non torna immediatamente alla sua posizione originaria. E’ un grado di introflessione non preoccupante che in genere non provoca problemi durante l’allattamento; è quasi esclusivamente un problema di tipo estetico perché la fibrosi è assente o minima.
- Grado 2: applicando una pressione verso l’esterno il capezzolo si protrae ma poi tende a ritrarsi lentamente. E’ possibile che questo influisca sull’allattamento, il grado di fibrosi è moderato e i dotti galattofori sono leggermente retratti.
- Grado3: anche effettuando una manipolazione il capezzolo non si protrae. È il grado più grave dove è presente fibrosi e dotti galattofori retratti. Potrebbe interferire in modo serio durante l’allattamento.
Da cosa dipende questo disturbo? Le cause possono essere molteplici.
E’ possibile che questa condizione di verifichi sin dalla nascita, o al contrario, che compaia improvvisamente durante la vita.
Le cause che potrebbero determinare questo disturbo sono:
- ereditarietà,
- infiammazione,
- traumi,
- interventi chirurgici,
- allattamento,
- infezione,
- cancro.
Soprattutto se non si è nati con il capezzolo introflesso è importante effettuare una visita senologica specialistica perché potrebbe essere un problema non solo di tipo estetico ma essere il sintomo di una eventuale patologia.
Affidiamoci sempre a personale medico qualificato ed esperto.
Capezzolo introflesso: trattamenti manuali
Dopo aver effettuato una visita specialistica senologica, il medico valuterà se questo disturbo è di forma lieve o, al contrario, di forma più grave.
In genere se lieve (Grado 1 e 2) non necessita di trattamenti invasivi di tipo chirurgico ma sono sufficienti trattamenti manuali per migliorare la posizione del capezzolo.
Quando invece la forma è più grave (Grado 3), potrebbe essere necessario intervenire chirurgicamente.
I trattamenti manuali del capezzolo introflesso consistono in manipolazioni che tendono a far fuoriuscire il capezzolo o anche all’utilizzo di appositi dispositivi.
I trattamenti manuali che in genere vengono consigliati dal medico sono:
- Tecnica di Hoffman: è la tecnica manuale più utilizzata, vanno posizionati i pollici in corrispondenza dei lati opposti della base del capezzolo e vanno spinti nelle due direzioni opposte, prima in direzione verticale, poi orizzontale.
In base al parere degli esperti, effettuando questa tecnica tutti i giorni, iniziando due volte al giorno fino ad arrivare a cinque volte, il capezzolo lentamente assumerà la giusta posizione. Le aderenze presenti si allenteranno in modo graduale e lasceranno fuoriuscire il capezzolo.
- Massaggio manuale: effettuare durante il giorno un massaggio circolare con il pollice e l’indice per stimolare il capezzolo riportandolo ad una posizione eretta.
- Conchiglie per il seno: sono appositi dispositivi realizzati in materiale morbido caratterizzati da una forma a disco con un piccolo foro centrale nel quale dovrà essere posizionato il capezzolo. Il capezzolo in questo modo è obbligato ad assumere una posizione eretta. Applicando quotidianamente la conchiglia in modo costante sotto gli indumenti, può essere un trattamento di grande aiuto per riportare il capezzolo nella giusta posizione.
In caso di allattamento, gli esperti consigliano di applicarlo mezz’ora prima di allattare, ma non tutti i giorni. Nel caso in cui fuoriesca il latte, non va utilizzato ma gettato.
Attenzione inoltre ad eventuali irritazioni cutanee che potrebbero insorgere con l’utilizzo di questo dispositivo.
- Niplette: è un piccolo dispositivo di plastica che va applicato sopra il capezzolo, e sotto gli indumenti. Prima di utilizzarlo è necessario cospargere con una pomata specifica il capezzolo, l’aureola e il Niplette. Va applicato poi il Niplette sul capezzolo e mediante una siringa collegata ad un piccolo foro presente sul questo dispositivo, viene aspirata l’aria ed esercitata una leggera pressione che fa fuoriuscire il capezzolo. Inizialmente andrebbe posizionato per un’ora al giorno fino ad arrivare anche ad otto ore. Già dopo circa tre settimane è possibile notare i primi miglioramenti.
- Tiralatte: durante l’allattamento è consigliato l’utilizzo del tiralatte per aiutare il capezzolo a fuoriuscire e ad assumere una posizione eretta. Non appena il capezzolo è fuoriuscito allattare il proprio bambino. Esistono in commercio diversi modelli di tiralatte, manuali o elettrici. Per l’utilizzo di questo dispositivo lasciamoci consigliare da personale esperto.
In molte donne il capezzolo introflesso migliora nel periodo della gravidanza perché il seno assume una forma più grande e perché inoltre aumentano alcuni ormoni. Può accadere quindi che questo disturbi si attenui naturalmente dopo la gravidanza.
Capezzolo introflesso: trattamenti chirurgici
Per curare il capezzolo introflesso che si presenta in forma grave, è possibile intervenire con trattamenti chirurgici, effettuati generalmente in anestesia locale.
L’intervento che in genere viene praticato nei casi più seri, prevede un’incisone per poter eliminare fibrosi o dotti galattofori di lunghezza troppo ridotta.
Uno dei rischi di questo tipo di intervento è la possibilità di non riuscire ad allattare dopo l’operazione. Il medico prima dell’intervento informerà la paziente su tutti gli eventuali rischi post operatori.
Fonte:
http://www.medicitalia.it/minforma/chirurgia-plastica-e-ricostruttiva/1371-capezzolo-introflesso-problemi-soluzioni.html