Nonostante nel mar Mediterraneo vivano almeno 500 specie di pesce commestibile, sulle nostre tavole arrivano, con un calcolo approssimativo, una decina di specie, mentre, al contrario, ci ostiniamo a consumare in abbondanza prodotti che vengono dagli oceani. Chi conosce il pesce serra, la cavalla e, anche conoscendoli, dove andare a comprarli? Non certo ai mercati rionali, o ai supermercati, dove le cassette di polistirolo sono piene della stessa merce, vale a dire spigole e orate prodotte in acquicoltura, oppure filetti di pangasio e mucchi di gamberi del Golfo del Messico, dove da poco è stata riaperta la pesca dopo il disastro della piattaforma BP di un annetto fa. “Il fatto”, spiega Silvio Greco, biologo marino e docente di Produzioni animali all’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, “è che gli italiani amano il pesce-bistecca: senza spine, veloce da pulire e facile da cucinare”. In realtà, un po’ tutti gli europei, consumano pesce sbagliato e in quantità superiore di quanto i mari del Vecchio continente siano in grado di produrre, tanto da diventare sempre più dipendenti dalle importazioni.
Se tutti i paesi dell’Unione dovessero consumare solo prodotti ittici nazionali, le scorte molto presto ogni anno, come denuncia il dossier “Fish dependance day”, appena presentato dalla New Economics Foundation e da Ocean 2012.” Pigri e abitudinari, anziché sfruttare l’infinita varietà delle acque nazionali, gli italiani, masochisticamente, concentrano la loro attenzione e i loro gusti sulle specie in pericolo. Come il tonno rosso del Mediterraneo, a rischio non soltanto per la sovrappesca, ma anche per la contaminazione da mercurio e policlorobiofenili (diossina e simili), il pesce spada o il salmone. Errore madornale, secondo Greco, perchè “i pesci di grandi dimensioni e dal lungo ciclo vitale hanno più tempo per assorbire tutti gli inquinanti del mare, come i metalli pesanti (primo tra tutti il mercurio) e gli idrocarburi policiclici aromatici. Meglio sarebbe nutrirsi di pesci di taglia media o piccola anche da adulti”.
Gli italiani amano spigole e orate, ma consumano (anche in virtù del prezzo ridotto) quelle da acquacoltura, cresciute a forza di mangimi, se è vero che nella classifica dei consumi ai primi cinque posti troviamo quattro specie prevalentemente o esclusivamente allevate (orate, cozze, spigole e trote salmonate). Ora, sarà tutto vero, che il mare è sfruttato intensivamente e in maniera poco intelligente, che noi abbiamo cattive abitudini alimentari, che i pesci importati godono di controlli più laschi di quelli nostrani, ma alla fine di tutte queste accuse indirette al consumatore medio una domanda sorge pure spontanea.
D’accordo sulla preoccupazione delle specie in via d’estinzione, d’accordo sull’attenzione agli standard igienico sanitari collettivi, d’accordo sul cibo a km. zero che ci risparmia dall’inquinamento, ma qualcuno è d’accordo anche, soprattutto in tempi di crisi come questa, sulla questione portafoglio? Perché il consumatore medio vessato e spremuto da tasse e balzelli dovrebbe svuotare il suo per pagare almeno il doppio una spigola pescata rispetto a una di acquicoltura che, certamente sarà meno saporita, ma ha il pregio di costare anche la metà di quella poltically correct?
Articolo di redazione
Fonte: L’Espresso, 30 maggio 2011