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Ginecologia e Ostetricia

Procreazione assistita in classe turistica

La legge sulla fecondazione artificiale, meglio nota come legge 40, in Italia è entrata in vigore nel 2004. Prima della legge c’erano sperimentazioni, tentativi e studi di medici pionieri e i primi bambini nati da questi esperimenti videro la luce nel 1983.
Da quando esiste la legge i bambini nati in provetta sono sempre aumentati; secondo dati del Ministero della Salute riferiti al 2008, per la prima volta hanno superato il numero di 10 mila. Un dato positivo, quindi, anche tenendo conto dell’innalzamento dell’età media delle donne che decidono di imbarcarsi nell’avventura della fecondazione artificiale. Ma, come sempre, accanto a numeri e dati che rivelano aspetti positivi, c’è da considerare anche il lato oscuro del problema, che non conosceremo mai abbastanza e che riguarda il numero delle coppie tagliate fuori dalla legge e di quelle che hanno dovuto espatriare per andare a cercare un figlio all’estero, a causa degli ostacoli e dei rigidi impedimenti imposti dal provvedimento medesimo.
Esiste infatti una specie di federalismo della provetta che impone alle coppie spese differenti a seconda della regione di appartenenza. In Toscana,per esempio, sono previsti fino a tre cicli, mentre nel Veneto, al contrario, si paga un ticket unico di 1000 euro, dato che l’infertilità non è prevista tra i livelli essenziali di assistenza sanitaria. Per queste ed altre ragioni molte coppie decidono così di espatriare. Si calcola che, annualmente,  su circa 25 mila coppie che si rivolgono a cliniche svizzere, belghe, spagnole, danesi, ceche o slovene nella speranza di avere un figlio,  ben il 32 per cento (equivalente a ottomila coppie) siano italiane. E spesso solo per unire al danno anche la beffa, poiché non sempre questo turismo procreativo ha garanzia di successo, giacchè all’estero non si ha la certezza di ricevere trattamenti conformi e livelli medico specialistici adeguati. Per queste ragioni si sta cercando di stabilire,  perlomeno all’interno della comunità europea, regolamenti uniformi in grado di proteggere tutti gli attori, dai donatori, alle mamme in affitto e, non ultimi, ai bambini stessi. La maggioranza delle coppie italiane che si reca all’estero non lo fa infatti per seguire trattamenti illeciti, ma solo per cercare di  procreare al riparo da una burocrazia troppo spesso più liberticida che liberale.

Articolo di redazione
Fonte: La Stampa