Un’indagine condotta da Altroconsumo su 80 strutture sanitarie pubbliche di cinque città (Bari, Milano, Napoli, Roma e Torino) ha portato alla luce una situazione insostenibile, evidenziando dati a dir poco inquietanti. Qualche esempio: sette mesi per un’ecografia all’addome a Torino, trecento giorni (avete letto bene, 300 giorni, quasi un anno!) per una gastroscopia a Bari con una uniformità di lentezza che, una volta tanto, riunisce nord, sud e centro Italia.
Sono, evidentemente, risultati che danno un quadro agghiacciante della situazione della nostra Sanità pubblica: tempi biblici, attese interminabili, code eterne, con l’aggiunta che tutto ciò, ormai, non è più neanche gratis: tra tagli alle spese e nuove balzelli, per potermi fare un’ecografia tra poco meno di un anno, dovrò anche pagare bei soldini. A seconda delle regioni (e del loro deficit), ormai il ticket ha assunto livelli di pagamento che, poco ci manca, equivalgono a quelli delle prestazioni private. Si va, infatti, dai 30 euro per un esame oculistico o ortopedico, ai 46 euro di Campania e Lazio e ai 52,80 euro di Lombardia e Piemonte per un’ecografia. Il tutto, con buona pace del (disatteso e in vigore solo formalmente, come tante, troppe leggi italiane) piano nazionale del governo che, sulla carta, prevederebbe (in base a che? Ai desiderata del malato o alla reale possibilità di accoglienza delle strutture? Guarda caso, i due poli del discorso non sono coincidenti) tempi di attesa di trenta giorni per una visita e sessanta per un esame diagnostico.
Ma, ormai, lo sappiamo: In Italia basta fare una legge per qualsiasi cosa e mettersi la coscienza a posto. Che, poi, nella realtà quella legge sia inapplicabile non interessa a nessuno, tranne al cittadino che, in buona fede e spinto dalla necessità, ci va a sbattere contro, trovandosi di fronte un muro invalicabile e, sempre più spesso, i suoi diritti calpestati.
Articolo di Redazione
Fonte: La Repubblica, 02/02/2012