Stupisce la notizia di uno studio recente sulla cioccolata e la cura del morbo di Parkinson: una sostanza che tuttti conosciamo per l’ottimo gusto e i valori nutrizionali, e che ora sappiamo quanto stimoli alcune aree del cervello, collegate al Parkinson.
A livello di neurologia, quello che la maggior parte di noi sa della cioccolata è che porta il buon umore e stimola la serotonina. Una ricerca condotta recentemente a Dresda presso la Technische Universität Dresden ci propone, invece, una nuova possibilità di utilizzare questa sostanza per la cura del morbo di Parkinson. Come?
La cioccolata fondente, stimola le cellule cerebrali nei pazienti malati di Parkinson tramite l‘alcaloide feniletilamina, in grado di contrastare la perdita delle cellule nervose nell’area dove si produce la dopamina. In questa regione del cervello sono prodotti i “comandi” che coordinano i movimenti e la scarsa produzione di dopamina altera questa funzione provocando i classici sintomi del Parkinson.
Per preservare i neuroni di quest’area e generarne di nuovi, la feniletilamina è un valido aiuto, in modo da ridurre il tremore, tipico sintomo del morbo Parkinson e stimolare la produzione di dopamina continua.
La ricerca su cioccolata e dopamina nel Parkinson
Il test di ricerca è stato condotto su un campione di pazienti già affetti dal Parkinson, ai quali è stato somministrato un quantitativo giornaliero di 100 g di cioccolata, per una settimana. Nella differenziazione tra cioccolata bianca priva di cacao ad un gruppo e cioccolata fondente, ricca di cacao all’85%, l’assunzione di cioccolata fondente ha portato a risultati notevoli nella produzione di dopamina.
Nei casi avanzati della malattia, quindi, il cacao potrebbe essere in grado di rallentarne la progressione e attenuarne i sintomi.
Disturbi e sintomi del Parkinson
Questo morbo o malattia neurodegenerativa, di regola insorge a causa della morte cerebrale di alcuni neuroni nel cervello all’interno di un’area detta Sostanza Nera (con una perdita cellulare di oltre il 60%) e una perdita del fattore neutrofico BDNF (Brain-derived neurotrophic factor). Questo fattore agisce su alcuni neuroni del sistema nervoso centrale e periferico, sostenendo la sopravvivenza dei neuroni già esistenti e favorendo la crescita di nuovi neuroni e nuove sinapsi. I suoi effetti sono importanti anche per la memoria a lungo termine.
Quando la produzione di dopamina nel cervello cala consistentemente, il morbo avanza, ma la scarsa produzione di dopamina è dovuta alla degenerazione dei neuroni, all’interno dell’area suddetta. Inoltre, compaiono nel cervello accumuli della proteina alfa-sinucleina, che probabilmente è responsabile della diffusione della malattia in tutto il cervello.
Nel morbo di Parkinson sono coinvolte alcune funzioni come il controllo dei movimenti e dell’equilibrio, che presentano dei disturbi forti, legati anche ad altre patologie definite “disordini del movimento”.
Sebbene sia conosciuta fin dall’antichità, questa malattia è legata a James Parkinson, che per primo stilò una descrizione dei sintomi nel suo “Trattato sulla paralisi agitante” dei primi anni del XIX secolo.
Sintomi frequenti a livello motorio
- Tremore a riposo.
- Rigidità dei muscoli.
- Bradicinesia – lentezza dei movimenti automatici.
- Acinesia – difficoltà ad iniziare i movimenti spontanei.
- Instabilità posturale e perdita di equilibrio.
- Disturbi nel cammino e postura curva.
- Disturbi della voce (flebile o con perdita di tonalità).
- Disturbi nella deglutizione o disfagia.
Sintomi non motori nella malattia di Parkinson
Di regola possono essere presenti disturbi vegetativi come alterazione delle funzioni di visceri, olfatto, sonno, umore, cognizione, fatica e dolori.
- Stipsi intestinale.
- Disturbi urinari.
- Disfunzioni sessuali (modificazioni della libido).
- Disturbi della pressione arteriosa.
- Problemi cutanei.
- Disturbi del sonno (insonnia o eccessiva sonnolenza).
- Disturbo dell’olfatto o anosmia.
- disturbi dell’umore (depressione, ansia, apatia).
Cause della malattia di Parkinson
Non sono noti i fattori scatenanti certi ma sicuramente ci sono delle basi genetiche, con delle mutazioni di geni (alfa-sinucleina PARK 1/PARK 4, parkina PARK-2, PINK1 PARK-6, DJ-1 PARK-7, LRRK2 PARK-8 e glucocerebrosidasi GBA) e spesso una storia familiare in cui già è presente la malattia.
A volte i neurologi specializzati nel morbo di Parkinson hanno riscontrato un rischio da esposizione lavorativa a fattori tossici, con tossine come i pesticidi o idrocarburi-solventi, in alcune professioni come il saldatore o lavoratore nella metallurgia, che espone l’organismo a metalli pesanti come piombo, ferro, zinco e rame.
Paradossalmente, l’esposizione al fumo di sigaretta sembra un fattore “protettivo” rispetto al morbo di Parkinson anche se, ovviamente, comporta una serie di altre problematiche a livello di salute bronchiale.
Una malattia in aumento
La prevenzione e la cura del morbo di Parkinson è fondamentale dato che in Italia sono circa 250.000 i casi di affetti da questo disturbo neurologico e 1 su 4 addirittura presenta sintomi già sotti i 50 anni.
Secondo i dati della EPDA (European Parkinson’s Disease Association), la malattia è destinata ad aumentare nel numero dei pazienti e a diminuire riguardo alla soglia di età.
Fonti
www.focus.it
https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT02275884