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Urologia

il PSA, test per la prostata, va in soffitta?

Il test di controllo della prostata noto come PSA è da tempo al centro di una diatriba che non consente di trarre delle conclusioni unanimi sulla sua efficacia. Solo su due punti però tutti concordano: farne un uso mirato per determinate categorie di uomini e valutare bene l’esito del test prima di procedere con  altri esami o interventi onde evitare diagnosi e trattamenti inutili.
Nel recente congresso della Società italiana di urologia oncologica, tenutosi  a Napoli, sono uscite indicazioni più chiare come afferma G. Conti, responsabile dell’urologia Sant’Anna di Como nonché presidente Auro (Associazione urologi italiani), il quale sostiene che «Valori elevati di Psa provano la presenza di un disturbo della ghiandola prostatica che può essere un’infiammazione, un’infezione o un tumore». Non adatto allo screening di massa, il PSA, sostiene sempre Conti è invece consigliabile e utile per i soggetti a rischio, quelli che hanno una familiarità positiva per carcinoma della prostata e che dovrebbero eseguire il test almeno una volta tra i 45 e i 50 anni.
Per diagnosticare un tumore alla prostata oggi si può ricorrere ai nuovi test PCA3 e -2proPSA che, affiancati al Psa, possono aiutare a prendere decisioni in situazioni dubbie anche se niente sostituisce la biopsia come strumento per la diagnosi certa. Tuttavia, sostiene sempre Conti,”un valore molto elevato di PCA3, per esempio, potrebbe spingere a effettuare una biopsia prostatica anche in pazienti con Psa non altissimo. E il -2proPSA potrebbe darci informazioni in più sull’aggressività o meno di un carcinoma prostatico”. Capire se un tumore progredisce velocemente è importante per la possibilità di inserire i pazienti in un programma di sorveglianza attiva invece che sottoporli subito a una cura.

Articolo di Redazione
Corriere della Sera, 28 giugno 2011